breviario di un paesaggio incompleto – Vajont

breviario di un paesaggio incompleto – Vajont

“Il viaggio diventerà ben presto analogo ad una verifica: per non deludere, la realtà dovrà assomigliare alla sua immagine”. M. Augè “rovine e macerie”.

A 50 anni di investimenti milionari, speculazioni, processi e disastri sociali, mi sono chiesto se era il caso di fare una ricerca sul Vajont. La vicenda storica del Vajont è molto complessa, fatta di misteri legati a doppio filo con la politica e la statalizzazione dell’energia elettrica che, guarda caso, è avvenuta proprio in “coincidenza” con la catastrofe. Per capire com’era l’Italia degli anni ’50 e ’60 e quale prezzo ha dovuto pagare per il progresso, come sempre bisogna guardare all’arte e agli intellettuali e meno alla politica. Come ad esempio a Matera, con Carlo Levi e il suo “Cristo si è fermato ad Eboli”, a Sud e Magia di Ernesto de Martino; o film come: I basilischi di Lina Wertmuller, la terra trema di Visconti. Quindi non appare minimamente fuori luogo l’impietoso quadro della società italiana degli anni’50, raccontata da Italo Calvino con “la speculazione edilizia” del ’57, con l’arrivismo piccolo borghese, di cui tanto ha scritto e detto Pierpaolo Pasolini e poi, nell’anno del Vajont il cinema italiano partorisce uno dei suoi capolavori più importanti di impegno civile con “le mani sulla città” di Francesco Rosi. La città è la Napoli di Achille Lauro, e le mani sono quelle di un consigliere comunale nonché speculatore immobiliare che riuscì a far cambiare il piano regolatore della città. Che ormai conosciamo come il famoso “sacco di Napoli”

Queste considerazioni hanno accompagnato le mie ricerche prima del viaggio nel Vajont. La storia del Vajont è un puzzle di centinaia di storie che non si coniugano al futuro. Inutile la ricerca sul Vajont contemporaneo, sul post-trauma, è come se la tragedia del ’63 avesse cancellato ogni altra cosa, lasciando solo la memoria di sè stessa, una memoria frammentata e ambigua.
Nel primo sopralluogo tra l’agosto e il settembre del 2013, a ridosso del 50° anniversario dalla catastrofe, quasi mi sembrava di vedere la pubblicità di una pellicola della kodak descritta in un libro di Robert Adams che diceva:
<< Carica l’apparecchio, il precipizio è vicino>>. La memoria di quel luogo, con i suoi turisti, mi accompagnò per tutto il viaggio di ritorno.
Come ci suggerisce ancora Robert Adams “Allontanandoci dalla scena, speriamo spesso di poterla ritrovare da qualche parte nell’arte. Questo perché non è facile apprezzare la geografia in quanto tale” (…), perché si ha bisogno di tempo per appropriarsi dello spazio, riconoscersi in esso ed esservi riconosciuti. Lo scarto visivo tra il com’era e il com’è ha prodotto una accumulo indiziario di luoghi della memoria senza passato. L’unico luogo ancora vivo, ma poi di fatto morto, sono le tracce della frana nel “bosco vecchio”, così lo chiamano gli abitanti di Erto-Casso. Siamo abituati a osservare il paesaggio come categoria dello spazio, mentre nel bosco vecchio, possiamo leggere il tempo, il tempo geologico e la resilienza della natura. Sommare e accumulare traumi senza rimuoverli è una dote tutta “naturale” In fin dei conti, solo qui mi sono sentito parte della storia del Vajont.

Project commissioned by Calamita/à