breviario di un paesaggio incompleto – Vajont

“Il viaggio diventerà ben presto analogo ad una verifica: per non deludere, la realtà dovrà assomigliare alla sua immagine”. M. Augè “rovine e macerie”.

Questa considerazione ha accompagnato le mie ricerche prima del viaggio nel Vajont. La storia del Vajont è un puzzle di centinaia di storie che non si coniugano al futuro. Inutile la riceca sul Vajont contemporaneo, sul post-trauma, è come se la tragedia del ’63 avesse cancellato ogni altra cosa, lasciando solo la memoria di sè stessa, una memoria frammentata e ambigua.
Nel primo sopralluogo tra l’agosto e il settembre del 2013, a ridosso del 50° anniversario dalla catastrofe, quasi sembrava di vedere la pubblicità di una pellicola descritta da Robert Adams che diceva: << Carica l’apparecchio, il precipizio è vicino>>.
La memoria di quel luogo, con i suoi turisti, mi accompagnò per tutto il viaggio di ritorno. Come ci succerisce Robert Adams “Allontanandoci dalla scena, speriamo spesso di poterla ritrovare da qualche parte nell’arte. Questo perché non è facile apprezzare la geografia in quanto tale” (…), perché si ha bisogno di tempo per appropriarsi dello spazio, riconoscersi in esso ed esservi riconosciuti. Lo scarto visivo tra il com’era e il com’è ha prodotto una accomulo indiziario di luoghi della memoria senza passato. L’unico luogo ancora vivo, ma poi di fatto morto, sono le tracce della frana nel “bosco vecchio”, così lo chiamano gli abitanti di Erto-Casso. Siamo abituati a osservare il paesaggio come categoria dello spazio, mentre nel bosco vecchio, possiamo leggere il tempo, il tempo geologico e la resilienza della natura. Sommare e accumulare traumi senza rimuoverli è una dote tutta “naturale” In fin dei conti, solo qui mi sono sentito parte della storia del Vajont.

Breviary of an Incomplete Landscape

“The trip will soon resemble a test: so as not to disappoint, reality must resemble its image.” M. Augé Non-Places.
This was the consideration that accompanied my research before the journey to Vajont. The story of Vajont is a puzzle of hundreds of stories fitting into the future. Research into contemporary Vajont, on the post-trauma, would be pointless. It is as if the tragedy of ‘63 deleted everything else, leaving only the memory of itself, a fragmented and ambiguous memory. In the first field trip, between August and September 2013, around the 50th anniversary of the disaster, it seemed almost as if I was seeing adverts for a film described by Robert Adams, saying “Load the film, the precipice is close.” The memory of that place, with its tourists, stayed with me all the way back. As Robert Adams suggests, when we leave the scene, we often hope to find it again somewhere in art. This is because it is not easy to appreciate geography as such . . . It needs time to take over space, identify with it and be recognized. The visual gap between how it was and how it is produced a circumstantial accumulation of places of memory without a past. The only place still alive, but actually dead, are in the traces of the landslide in the old woods, as they are known by the inhabitants of Erto-Casso. We are used to observing the landscape as a spatial category, while in the old woods we can read the time, geological time and the resilience of nature. Adding and accumulating trauma without removing them is a completely “natural” gift. At the end of the day, this was the only place where I felt like part of the Vajont story.

Project commissioned by Calamita/à