anagrafe del danno – L’Aquila

“Le ideologie creano archivi di immagini probatorie e rappresentative che incapsulano idee condivise, innescano pensieri e sentimenti facilmente prevedibili. … il problema non sta nel fatto che ricordiamo grazie alle fotografie, ma che ricordiamo solo quelle. Il ricordo attraverso le fotografie eclissa altre forme di comprensione, e di ricordo”
Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri.

Studi, video, film, documenti, libri, bog tematici sono veramente un oceano in cui è facile perdersi; per questo risulta difficile percepire quale e quanta informazione è giunta correttamente a destinazione. Quella che si definisce “memoria collettiva” non è affatto il risultato di un ricordo, bensì di un patto, per cui ci si accorda su quale versione dei fatti ritenere valida.
Il sisma del 6 Aprile 2009 è stato preceduto da una serie di fatti e circostanze anche molto lontani tra loro. Anagrafe del danno si muove trasversalmente su fatti, luoghi e personaggi, che hanno caratterizzato in qualche modo l’evento.
Il mio approccio si caratterizza principalmente sullo studio dei prodromi del terremoto, a partire metaforicamente dal “Mammuth” (Elephas Meridionalis), la foto numero “zero”. L’animale databile più di un milione di anni fa, viveva nella conca aquilana, che all’epoca si presentava come un grande lago chiuso.
Questo grosso animale preistorico stretto, oggi, nella sua “armatura”, insieme ai ponteggi, che avvolgono l’intero centro storico dell’Aquila; ai suoi più di 1.200 decreti, regolamenti e ordinanze prodotti dallo stato, dagli enti locali e dalla protezione civile e ai suoi infiniti iter giudiziari, sono un chiaro segno di come stanno le cose a cinque anni dal sisma.

“Onorevole Signor Sindaco e Signori della giunta. In un momento, in cui sotto l’ansia dubbiosa della paura, l’anima della Città nostra si agitava per la ricerca di un asilo che la difendesse più sicuramente dalle conseguenze terribili del terremoto, e nella mente di ciascuno si alternavano i progetti più strani e più illogici, d’abbandono definitivo della nostra terra alla creazione di case di legno, che solo un eccesivo panico poteva giustificare (…) La nostra Città, dopo il terribile terremoto del 1703, che la colpì tanto duramente, risorse per valore e tenacia della sua gente (…) Non casupole di legno, né modeste abitazioni essa contrapposte al terremoto che continuamente abbatteva, ma palazzi sontuosi e monumenti, case ottimamente costruite, anzi ammaestrate dai passati cataclismi, orientò i propri fabbricati in tale posizione che dall’investimento dell’onda sismica avessero a soffrire nel minor grado. (…) Pensare al decentramento è fare offesa ad ogni principio di logica e di progresso”.
Relazione e proposte della commissione per il terremoto. L’Aquila, novembre 1915

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